Non si preoccupi, è solo un attacco di panico

Non si preoccupi è solo un attacco di panico

Estate. Luglio. Ultima sessione per matematica. Lo scritto l’ho superato con il minimo dei voti, posso dare due orali prima di doverlo ripetere. Vado a dare un’occhiata. Si studia il prof, se è un tipo tranquillo, se non ti dà respiro, se ti aiuta, se ti salta al collo appena ti vede in difficoltà, se chiede sempre le stesse cose. Fa molto caldo, un caldo umido che non fa respirare ed in effetti mi manca un po’ l’aria. Ci vuole circa un quarto d’ora a piedi dalla stazione all’Istituto, che non mi è mai sembrato così distante. Mi sento strana, mentre cammino, mi gira un po’ la testa e quest’aria che non si fa sentire. In che aula si tiene l’esame di matematica? Al terzo piano (oddio, l’ascensore no, sono clustrofobica, vado per le scale). Ho il fiatone, mi gira la testa ancora di più, mi devo fermare, prendere un po’ d’aria, ma non ce n’è. Terzo piano, che aula aveva detto? Sono confusa, non riesco a pensare, non mi sento bene, in effetti non è normale come mi sento, ma che ho? Che mi sta succedendo? Non respiro, non riesco a respirare, non RIESCO A RESPIRARE, AIUTO, AIUTO, AIUTATEMIIII, AIUTO, STO MORENDO, AIUTO.
Sono per terra, dove mi sono accasciata, in fin di vita, con il cuore che sta uscendo dal petto, dalle orecchie, dalla testa, perché qui? Perché ora?

Arrivano quelli dell’ambulanza, chiamata da altri studenti che intanto si erano avvicinati, richiamati dalle mie urla. Non ricordo il volto di nessuno di loro, nè voglio ricordarlo. Mi sono vergognata così tanto che avrei voluto davvero essere morta, almeno non mi avrebbero preso per pazza. Perché, quando ti dicono che non è niente, che sono solo attacchi di panico, gli altri, quelli che non sanno, perché chi conosce l’inferno?, gli altri pensano che non puoi avere tutte le rotelle a posto. E infatti non ce l’hai. O meglio, ne hai troppe e alla fine si danno noia. Appena dimessa dal pronto soccorso, mentre aspetto che arrivino i miei familiari a recuperarmi, ne ho avuto un altro: è stato ancora più terribile perché ho pensato alla malasanità, ho pensato che si fossero sbagliati e ora sarei morta davvero. Ma niente, è andata bene di nuovo.

Fino a quel momento non sapevo di cosa si trattasse, ma il mio corpo evidentemente sì e non s’è fatto scappare l’opportunità di farlo conoscere anche a me. Da quel momento e per molti tempo tra alti (non molto) e bassi (infimi) mi ha accompagnato alla laurea, al lavoro, con gli amici, alle cene, alle feste, insomma ovunque. Sono salita su un autobus per scendere alla fermata successiva, poi ci sono risalita e sono scesa di nuovo, finché sono riuscita a salire senza scendere fino al capolinea. Ho guidato in mezzo agli attacchi di panico, fermandomi ogni cinque minuti, pensando che non ce l’avrei fatta, ma facendocela ogni volta. Alla fine questa cosa mi ha spinto a mettermi continuamente alla prova, a fare cose che probabilmente, senza, non avrei fatto. O forse si. Ma conoscendomi, pigra che non sono altra, forse no.
Ora? Ora me la godo. Non sono tutte rose e fiori, ma non lo è per nessuno. Continuo a saltare, sperando di spiccare il volo, con l’accortezza di saltare in avanti, perché ferma non ci posso stare, chè mi viene l’ansia.

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