Questione di civiltà

 

Ogni mattina mi alzo, vado al lavoro e mi imbatto nell’inciviltà. Si comincia con quelli che guidano la macchina come se per la strada non ci fosse nessun altro: Loro hanno lo stop, ma tu ti devi fermare o rallentare perché loro entrano; Loro che ai semafori (i pochi rimasti) affiancano il primo della fila, che’ Loro sono furbi e sanno (gli altri, no, gli altri non intuiscono questa geniale soluzione) che se si mettono lì e partono subito, facendo magari pattinare le gomme, fregano tutti e passano per primi (chissà per arrivare dove e soprattutto quanti millesimi di secondo prima) ; Loro parcheggiano dove non si può, intralciando il traffico perché , invece, a Loro risulta che se metti le doppie frecce puoi stazionare anche sui binari che il treno si deve fermare, Loro hanno fretta, non hanno mica tempo da perdere, mentre tu puoi tranquillamente aspettare che l’ingorgo creatosi a causa di questa macchina in mezzo alla strada si dipani. Loro sono anche quelli che con un parcheggio da 8.000.000 posti auto di cui 7,999,000 liberi, parcheggiano davanti alla porta del supermercato. Questi in particolare li adoro, perché è davvero divertente uscire dal supermercato col carrello pieno, che non si guida nemmeno troppo bene perché magari ha le ruote malmesse, e fare la gimcana tra le auto davanti alle porte per arrivare al parcheggio. Ah quante volte me li sono immaginati in un bagno di Calcutta colti dalla madre di tutte le diarree!
Arrivata al lavoro, i Loro che erano in macchina, te li trovi li in carne e ossa (anche se lo sai che quella che hai davanti è più una figura mitologica che reale, perché è al di sopra delle vicende umane, le uniche che le interessano sono le sue personali): la riga d’attesa? Quale riga? Ah, credevo che fosse una decorazione del pavimento! Il numero? Quale numero? Ma dieci anni fa sono stato qui e non c’era un numero da prendere? Non voglio passare avanti, ma ho una certa fretta e lei è anziano, mica deve andare a lavorare. Mi avevate detto che per le 11.30 sarebbe stato tutto pronto, sono passato un po’ prima (10.30) perché non pensavo cambiasse qualcosa: lei è una vera incompetente!
Loro sono così, a volte ci ridi, ma più spessi ti arrabbi, vorresti rispondere a tono, ma qualcosa dentro, qualcosa che viene da lontano, un’imprinting incancellabile, il senso di civiltà che è la libera espressione dell’educazione ricevuta, il senso di rispetto verso un altro essere che pure in quel momento sembra proprio non meritarselo, ti impedisce di farlo, perché sai che non servirebbe a niente se non ad abbrutire anche te e non ne vale pena. Non ne vale la pena perché poi c’è la Signora Franca. Viene da noi due volte alla settimana. Ha perso un figlio di recente. Noi la coccoliamo. Abbracci quando arriva, grandi sorrisi con un cuore stretto stretto. Il marito l’aspetta fuori. Ha sempre gli occhi lucidi la Sig. Franca, ci racconta che di vivere non ne ha più voglia, spera che la sua malattia se la porti via presto. La nostra infermiera, mentre le fa il prelievo, la prende un po’ in giro, la fa ridere. Fa passare avanti tutti, perché dice che le piace stare li con noi, siamo bimbe allegre e per Natale un pensierino per tutte, una crema corpo, che la nipote, la figlia della sorella, c’ha la profumeria. Quando va via grazie non lo dimentica mai, non tanto perché facciamo bene il nostro lavoro, ma soprattutto per come la facciamo sentire, ascoltandola e rispettando lei ed il suo dolore. Essendo civili.

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