Figlio di donna

 

Ci sono passata, con vari amici, e posso dire in tutta sincerità che la colpa non è mai solo da una parte, anche se ci sono dei tradimenti di mezzo. Il tradimento e’ l’atto finale di qualcosa che è già accaduto. Di un legame che si è sciolto. Se siete stati innamorati, sapete di cosa sto parlando: a nessuno nel momento massimo di passione e amore verrebbe in mente di tradire il proprio compagno/a. Questo succede quando le acque sono diventate calme, forse troppo per chi dei due ha più bisogno di sentirsi vivo. Allora le cose che prima facevano sorridere ora fanno sbuffare e quello che prima non vedevi l’ora di fare ora non vedi l’ora che finisca. E forse non è nemmeno giusto parlare di colpe (non fraintendetemi, per alcuni, quelli che ci sguazzano, si può anche fare), ma per i più si arriva a un punto di non ritorno senza che nessuno dei due l’abbia davvero voluto. Il problema nasce quando uno dei due non accetta di lasciare andare l’altro. Accade sempre più spesso e sempre più spesso le conseguenze sono tragiche. Sempre più spesso a danno delle donne. “Sono molto preoccupata, ho due bambini e devo farci due uomini” mi ha detto una volta un’amica, da poco madre di due gemelli. Lì per lì non ho capito quello che intendeva, oggi lo so. Diamo ai nostri figli più di quanto chiedano, alcuni a 6/7 anni hanno già il cellulare, sono così poco abituati al rifiuto, al sacrificio, alla disciplina che quando qualcuno cerca di impartigliene (magari un insegnante, un istruttore) e loro si lamentano, siamo pronti a sbranare il “cattivo” di turno. So di un bambino che ha deliberatamente picchiato a scuola una bambina. Non e’ un bambino problematico, ma solo molto viziato, abituato a fare quello che gli passa per la testa con i genitori che invece invece di rimproverarlo, ridono (che c’avrete da ridere). Le maestre hanno mandato ai genitori una comunicazione dicendo che, oltre a dover recarsi a scuola per valutare la situazione, il bambino per punizione avrebbe saltato per un mese le lezioni di ed. Fisica. La madre, per tutta risposta, ha detto che non potevano impedire al figlio di fare educazione fisica, perché quello è un servizio scolastico che viene pagato a parte e lei lo aveva fatto. Qualcuno prima o poi dirà di no a Leonardo (il nome e’ ovviamente inventato), qualcuno gli dirà che lui non ne vale la pena. Speriamo che Leonardo si metta a ridere, come hanno sempre fatto i suoi genitori.

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Parto da qui

Ci ho pensato tanto. Non sapevo da che parte cominciare. Infine, una domenica mattina, decido di scrivere qualcosa, poi si vedrà. Cerco un argomento, qualcosa in cui mi sento forte e la mano vola sui tasti dell’Ipad. Dopo la prima, le idee si inseguono, non ho ancora chiaro come finirà, ma ho tirato su un bel racconto. Mi piace. Ci metto dentro anche una storia struggente, con rispetto, vista non proprio da vicino, ma tratteggiata quel tanto che basta per far uscire la lacrimuccia anche a me. Soddisfatta del lavoro, cerco un blog gratis. Non ci capisco niente, ma sono fatti apposta per quello, non importa capire, clicca qui, prosegui, fatto. Ho pubblicato il mio primo post sul mio primo blog di domenica mattina. Ci ho pensato tanto prima di farlo perché ero intimorita, chissà che succede, cominceranno a fare critiche, buone cattive, riceverò mail che mi intaseranno la posta, minacce, sarò coinvolta in intrighi internazionali. Interviste in Tv, Radio (io vado solo a 105), cellulare che squilla di continuo, sarò costretta a lasciare il lavoro. Mentre immagino scenari sempre più apocalittici, cominciò a pubblicizzare il blog, con il mio Twitter. Ci siamo. Si comincia a ballare. Aspetto qualche minuto e controllo i contatti. Niente. Ancora qualche minuto e ricontrollo. Niente. Ore e niente. Nessuno che lo legge, nessuno che mi dice cosa ne pensa. Chissà che cosa mi credevo di fare. Chissà che dono speciale credevo di avere. Mi sono montata la testa. E avendola comprata all’Ikea, qualcosa manca, si sa…

Questione di civiltà

 

Ogni mattina mi alzo, vado al lavoro e mi imbatto nell’inciviltà. Si comincia con quelli che guidano la macchina come se per la strada non ci fosse nessun altro: Loro hanno lo stop, ma tu ti devi fermare o rallentare perché loro entrano; Loro che ai semafori (i pochi rimasti) affiancano il primo della fila, che’ Loro sono furbi e sanno (gli altri, no, gli altri non intuiscono questa geniale soluzione) che se si mettono lì e partono subito, facendo magari pattinare le gomme, fregano tutti e passano per primi (chissà per arrivare dove e soprattutto quanti millesimi di secondo prima) ; Loro parcheggiano dove non si può, intralciando il traffico perché , invece, a Loro risulta che se metti le doppie frecce puoi stazionare anche sui binari che il treno si deve fermare, Loro hanno fretta, non hanno mica tempo da perdere, mentre tu puoi tranquillamente aspettare che l’ingorgo creatosi a causa di questa macchina in mezzo alla strada si dipani. Loro sono anche quelli che con un parcheggio da 8.000.000 posti auto di cui 7,999,000 liberi, parcheggiano davanti alla porta del supermercato. Questi in particolare li adoro, perché è davvero divertente uscire dal supermercato col carrello pieno, che non si guida nemmeno troppo bene perché magari ha le ruote malmesse, e fare la gimcana tra le auto davanti alle porte per arrivare al parcheggio. Ah quante volte me li sono immaginati in un bagno di Calcutta colti dalla madre di tutte le diarree!
Arrivata al lavoro, i Loro che erano in macchina, te li trovi li in carne e ossa (anche se lo sai che quella che hai davanti è più una figura mitologica che reale, perché è al di sopra delle vicende umane, le uniche che le interessano sono le sue personali): la riga d’attesa? Quale riga? Ah, credevo che fosse una decorazione del pavimento! Il numero? Quale numero? Ma dieci anni fa sono stato qui e non c’era un numero da prendere? Non voglio passare avanti, ma ho una certa fretta e lei è anziano, mica deve andare a lavorare. Mi avevate detto che per le 11.30 sarebbe stato tutto pronto, sono passato un po’ prima (10.30) perché non pensavo cambiasse qualcosa: lei è una vera incompetente!
Loro sono così, a volte ci ridi, ma più spessi ti arrabbi, vorresti rispondere a tono, ma qualcosa dentro, qualcosa che viene da lontano, un’imprinting incancellabile, il senso di civiltà che è la libera espressione dell’educazione ricevuta, il senso di rispetto verso un altro essere che pure in quel momento sembra proprio non meritarselo, ti impedisce di farlo, perché sai che non servirebbe a niente se non ad abbrutire anche te e non ne vale pena. Non ne vale la pena perché poi c’è la Signora Franca. Viene da noi due volte alla settimana. Ha perso un figlio di recente. Noi la coccoliamo. Abbracci quando arriva, grandi sorrisi con un cuore stretto stretto. Il marito l’aspetta fuori. Ha sempre gli occhi lucidi la Sig. Franca, ci racconta che di vivere non ne ha più voglia, spera che la sua malattia se la porti via presto. La nostra infermiera, mentre le fa il prelievo, la prende un po’ in giro, la fa ridere. Fa passare avanti tutti, perché dice che le piace stare li con noi, siamo bimbe allegre e per Natale un pensierino per tutte, una crema corpo, che la nipote, la figlia della sorella, c’ha la profumeria. Quando va via grazie non lo dimentica mai, non tanto perché facciamo bene il nostro lavoro, ma soprattutto per come la facciamo sentire, ascoltandola e rispettando lei ed il suo dolore. Essendo civili.