A occhi chiusi

Ci sono immagini che sembrano naturali, come quella di un bimbo piccolo in riva al mare. Guardo questa immagine e vedo il bimbo piccolo che ride e gioca e corre e la sua mamma dietro, ché a quell’età sono terribili, non stanno mai fermi, sono curiosi di vita e dormire è così noioso davanti a questo mare fantastico.

Ma ora bisogna togliersi un po’ dal sole, aver voglia di un gelato o di un dolcetto per fare merenda; la mamma ha la borsa magica e c’è di tutto. Il gelato no, quello si compra al bar, qui vicino, dove le persone si siedono e chiacchierano e si aspettano. “Mamma però, il mare è di là” e piange il bimbo, che  il mare lo vuole guardare ancora, che non si stanca mai, che ci farebbe un viaggio in quel mare per capitani coraggiosi. E già si vede a capo di una nave bellissima con tante vele bianche, tutta di legno, come quelle che ci sono nei libri dei pirati.

È di nuovo in riva al mare il bimbo, lo guarda e sente freddo, ha paura, si volta, cerca gli occhi rassicuranti della mamma, ma la mamma non c’è, non c’è più nessuno, è solo con tutto questo mare e non sa che farci, non sa nemmeno nuotare.

Qui finisce male

 

Violenza sulle donne?

Le violenze da parte degli uomini sono cominciate che non avevo ancora sei anni. Niente di sconvolgente (o forse più di quel che voglio credere), ma uno stillicidio di gesti fatti senza il mio consenso, perché piccola e sai che i grandi vanno rispettati, perché donna, terreno di conquista. Il supplente in quinta elementare, che ci prendeva in braccio, ci baciava e ci accarezzava per farci coccole non richieste, solo a noi bambine e solo ad alcune: ogni volta che scendevo dalle sue ginocchia mi sentivo sporca (dio se siete bravi in questo), sentivo che c’era in lui qualcosa di malato. Poi l’autista dell’autobus. La mia fermata era il capolinea, quindi spesso quando arrivavo c’era da aspettare l’orario di partenza e allora, nella maggior parte dei casi, si stava zitti. C’era qualcuno, però, che aveva voglia di chiacchierare. Uno di questi un giorno mi chiese quanti anni avevo e se ero grassa “con quel piumino non si vede niente”. Io, stupida come il peggiore degli stupidi, perché un’ingenua lo è moltissimo, mi sono aperta il piumino e lui si è avvicinato e mi ha stretto il seno da sotto le ascelle, dicendomi che ero fatta bene. Ero così sconvolta per quel gesto che credo di non aver parlato per dei giorni ed ero terrorizzata all’idea di riprendere l’autobus. Non so perché non ho reagito, in realtà non ho proprio capito niente fino al momento in cui l’ha fatto, il porco con una ragazzina di quattordici anni; ho giurato a me stessa che nessuno l’avrebbe più fatto. Ma non è stato così. Per esempio quel tipo con cui sono uscita per vedere un film al cinema (si, poi l’ho capito che non si va al cinema a vedere i film, ma ancora non lo sapevo) e quando mi sono girata verso di lui per ridere di una battuta, mi ha messo la lingua in bocca! Così! Dal nulla, una roba rugosa e bagnata che stava nella sua bocca e…che schifo!!! Ho allontanato velocemente il capo e l’ho guardato inorridita, ma non avevamo detto di essere solo amici?!! Non sono più uscita con lui né con chiunque altro non fosse già per certo il mio ragazzo, chè la lingua me la scelgo io. E, all’Università, il treno delle 7.30 stracolmo, le palpate, vere o presunte, proprio non si contano, così come sugli autobus, mano morte vivissime. Sono una donna e non spezzo lance a favore di nessuno, ma la nostra vita è costellata di violenze, piccole e grandi, di cui spesso gli uomini non si rendono nemmeno conto, ecco perché penso che la strada da fare sia ancora tanta e nessuno può considerarsi salvo da una cultura primitiva, finché non sarà educato a pensare che una donna non deve stare al suo posto, ma al suo fianco.

Il senso dei bambini per la neve

Visi tirati, preoccupati, più ci si avvicina alla fine del quadrimestre peggio è. Guardo mia figlia e mi convinco che di là dal portone della scuola deve esserci una schiera di dentisti con il trapano acceso. Ma non oggi. Oggi nevica. I volti sono trasfigurati dai sorrisi, alcuni stento a riconoscerli. Ridono, scherzano, progettano, gridano, che per i bambini la neve non è un peso, ma un inatteso parco giochi, un lasciapassare per un mondo magico in cui il tempo si ferma, i luoghi così come li hai sempre conosciuti si trasformano e sembra che tutto sia possibile. Gli adulti si preoccupano perché le difficoltà a spostarsi aumentano, magari non si riesce ad andare al lavoro, a fare la spesa, a fare quelle mille cose veloci ed inutili che ripetiamo senza entusiasmo tutti i giorni. Forse si diventa adulti quando si smette di essere felici per un fiocco di neve che cade.
Sorrido, ma sono felice. Mi allontano dalla scuola con gli occhi accesi di mia figlia addosso. Magari non dura, magari tra un istante comincia a piovere, ma i sorrisi e l’emozione non può più riprenderseli

Flashback

Un flash. Un tweet di qualcuno che rimprovera un figlio e mi sono ricordata di quello che facevano mio padre e mia madre. I genitori, ai miei tempi di bambina, non avevano bisogno di molte parole. Per esempio la mia mamma non mi ha mai pregato, mettendosi in ginocchio perché i suoi occhi fossero all’altezza dei miei, di non fare qualcosa. Lei aveva un’arma di distruzione di massa: la ciabatta. Arrivava dove voleva. All’inizio ti beccava sempre, poi imparavi a schivare, tipo Matrix, e allora c’era il raddoppio: con la prima ciabatta ti lisciava, con la seconda ti prendeva. Questo in casa, perché fuori c’era l’altra arma importante: lo sguardo. Avete presente Jack Nicholson in Shining? Ecco più o meno quello. E tu capivi subito che, qualunque cosa stessi facendo, era meglio smetterla immediatamente. Il mio babbo invece ha sempre amato che mangiassimo tutti insieme, stando composti a tavola. Al primo che dava segni di insofferenza, lui cominciava ad armare il pezzo: la coltella da tavola, normalmente posta a destra accanto al piatto con l’impugnatura rivolta verso il basso e la lama verso l’alto, veniva girata cosicché con la mano avrebbe potuto impugnare più velocemente la lama. Quindi quello che, di lì a poco, se avessi continuato, ti sarebbe arrivato in testa era il manico di plastica, terribilmente duro e doloroso. Ma non ci si arrivava quasi mai, che la minaccia era più che sufficiente a riportare tutti nei ranghi.

Non si preoccupi, è solo un attacco di panico

Non si preoccupi è solo un attacco di panico

Estate. Luglio. Ultima sessione per matematica. Lo scritto l’ho superato con il minimo dei voti, posso dare due orali prima di doverlo ripetere. Vado a dare un’occhiata. Si studia il prof, se è un tipo tranquillo, se non ti dà respiro, se ti aiuta, se ti salta al collo appena ti vede in difficoltà, se chiede sempre le stesse cose. Fa molto caldo, un caldo umido che non fa respirare ed in effetti mi manca un po’ l’aria. Ci vuole circa un quarto d’ora a piedi dalla stazione all’Istituto, che non mi è mai sembrato così distante. Mi sento strana, mentre cammino, mi gira un po’ la testa e quest’aria che non si fa sentire. In che aula si tiene l’esame di matematica? Al terzo piano (oddio, l’ascensore no, sono clustrofobica, vado per le scale). Ho il fiatone, mi gira la testa ancora di più, mi devo fermare, prendere un po’ d’aria, ma non ce n’è. Terzo piano, che aula aveva detto? Sono confusa, non riesco a pensare, non mi sento bene, in effetti non è normale come mi sento, ma che ho? Che mi sta succedendo? Non respiro, non riesco a respirare, non RIESCO A RESPIRARE, AIUTO, AIUTO, AIUTATEMIIII, AIUTO, STO MORENDO, AIUTO.
Sono per terra, dove mi sono accasciata, in fin di vita, con il cuore che sta uscendo dal petto, dalle orecchie, dalla testa, perché qui? Perché ora?

Arrivano quelli dell’ambulanza, chiamata da altri studenti che intanto si erano avvicinati, richiamati dalle mie urla. Non ricordo il volto di nessuno di loro, nè voglio ricordarlo. Mi sono vergognata così tanto che avrei voluto davvero essere morta, almeno non mi avrebbero preso per pazza. Perché, quando ti dicono che non è niente, che sono solo attacchi di panico, gli altri, quelli che non sanno, perché chi conosce l’inferno?, gli altri pensano che non puoi avere tutte le rotelle a posto. E infatti non ce l’hai. O meglio, ne hai troppe e alla fine si danno noia. Appena dimessa dal pronto soccorso, mentre aspetto che arrivino i miei familiari a recuperarmi, ne ho avuto un altro: è stato ancora più terribile perché ho pensato alla malasanità, ho pensato che si fossero sbagliati e ora sarei morta davvero. Ma niente, è andata bene di nuovo.

Fino a quel momento non sapevo di cosa si trattasse, ma il mio corpo evidentemente sì e non s’è fatto scappare l’opportunità di farlo conoscere anche a me. Da quel momento e per molti tempo tra alti (non molto) e bassi (infimi) mi ha accompagnato alla laurea, al lavoro, con gli amici, alle cene, alle feste, insomma ovunque. Sono salita su un autobus per scendere alla fermata successiva, poi ci sono risalita e sono scesa di nuovo, finché sono riuscita a salire senza scendere fino al capolinea. Ho guidato in mezzo agli attacchi di panico, fermandomi ogni cinque minuti, pensando che non ce l’avrei fatta, ma facendocela ogni volta. Alla fine questa cosa mi ha spinto a mettermi continuamente alla prova, a fare cose che probabilmente, senza, non avrei fatto. O forse si. Ma conoscendomi, pigra che non sono altra, forse no.
Ora? Ora me la godo. Non sono tutte rose e fiori, ma non lo è per nessuno. Continuo a saltare, sperando di spiccare il volo, con l’accortezza di saltare in avanti, perché ferma non ci posso stare, chè mi viene l’ansia.

Figlio di donna

 

Ci sono passata, con vari amici, e posso dire in tutta sincerità che la colpa non è mai solo da una parte, anche se ci sono dei tradimenti di mezzo. Il tradimento e’ l’atto finale di qualcosa che è già accaduto. Di un legame che si è sciolto. Se siete stati innamorati, sapete di cosa sto parlando: a nessuno nel momento massimo di passione e amore verrebbe in mente di tradire il proprio compagno/a. Questo succede quando le acque sono diventate calme, forse troppo per chi dei due ha più bisogno di sentirsi vivo. Allora le cose che prima facevano sorridere ora fanno sbuffare e quello che prima non vedevi l’ora di fare ora non vedi l’ora che finisca. E forse non è nemmeno giusto parlare di colpe (non fraintendetemi, per alcuni, quelli che ci sguazzano, si può anche fare), ma per i più si arriva a un punto di non ritorno senza che nessuno dei due l’abbia davvero voluto. Il problema nasce quando uno dei due non accetta di lasciare andare l’altro. Accade sempre più spesso e sempre più spesso le conseguenze sono tragiche. Sempre più spesso a danno delle donne. “Sono molto preoccupata, ho due bambini e devo farci due uomini” mi ha detto una volta un’amica, da poco madre di due gemelli. Lì per lì non ho capito quello che intendeva, oggi lo so. Diamo ai nostri figli più di quanto chiedano, alcuni a 6/7 anni hanno già il cellulare, sono così poco abituati al rifiuto, al sacrificio, alla disciplina che quando qualcuno cerca di impartigliene (magari un insegnante, un istruttore) e loro si lamentano, siamo pronti a sbranare il “cattivo” di turno. So di un bambino che ha deliberatamente picchiato a scuola una bambina. Non e’ un bambino problematico, ma solo molto viziato, abituato a fare quello che gli passa per la testa con i genitori che invece invece di rimproverarlo, ridono (che c’avrete da ridere). Le maestre hanno mandato ai genitori una comunicazione dicendo che, oltre a dover recarsi a scuola per valutare la situazione, il bambino per punizione avrebbe saltato per un mese le lezioni di ed. Fisica. La madre, per tutta risposta, ha detto che non potevano impedire al figlio di fare educazione fisica, perché quello è un servizio scolastico che viene pagato a parte e lei lo aveva fatto. Qualcuno prima o poi dirà di no a Leonardo (il nome e’ ovviamente inventato), qualcuno gli dirà che lui non ne vale la pena. Speriamo che Leonardo si metta a ridere, come hanno sempre fatto i suoi genitori.

Parto da qui

Ci ho pensato tanto. Non sapevo da che parte cominciare. Infine, una domenica mattina, decido di scrivere qualcosa, poi si vedrà. Cerco un argomento, qualcosa in cui mi sento forte e la mano vola sui tasti dell’Ipad. Dopo la prima, le idee si inseguono, non ho ancora chiaro come finirà, ma ho tirato su un bel racconto. Mi piace. Ci metto dentro anche una storia struggente, con rispetto, vista non proprio da vicino, ma tratteggiata quel tanto che basta per far uscire la lacrimuccia anche a me. Soddisfatta del lavoro, cerco un blog gratis. Non ci capisco niente, ma sono fatti apposta per quello, non importa capire, clicca qui, prosegui, fatto. Ho pubblicato il mio primo post sul mio primo blog di domenica mattina. Ci ho pensato tanto prima di farlo perché ero intimorita, chissà che succede, cominceranno a fare critiche, buone cattive, riceverò mail che mi intaseranno la posta, minacce, sarò coinvolta in intrighi internazionali. Interviste in Tv, Radio (io vado solo a 105), cellulare che squilla di continuo, sarò costretta a lasciare il lavoro. Mentre immagino scenari sempre più apocalittici, cominciò a pubblicizzare il blog, con il mio Twitter. Ci siamo. Si comincia a ballare. Aspetto qualche minuto e controllo i contatti. Niente. Ancora qualche minuto e ricontrollo. Niente. Ore e niente. Nessuno che lo legge, nessuno che mi dice cosa ne pensa. Chissà che cosa mi credevo di fare. Chissà che dono speciale credevo di avere. Mi sono montata la testa. E avendola comprata all’Ikea, qualcosa manca, si sa…

Questione di civiltà

 

Ogni mattina mi alzo, vado al lavoro e mi imbatto nell’inciviltà. Si comincia con quelli che guidano la macchina come se per la strada non ci fosse nessun altro: Loro hanno lo stop, ma tu ti devi fermare o rallentare perché loro entrano; Loro che ai semafori (i pochi rimasti) affiancano il primo della fila, che’ Loro sono furbi e sanno (gli altri, no, gli altri non intuiscono questa geniale soluzione) che se si mettono lì e partono subito, facendo magari pattinare le gomme, fregano tutti e passano per primi (chissà per arrivare dove e soprattutto quanti millesimi di secondo prima) ; Loro parcheggiano dove non si può, intralciando il traffico perché , invece, a Loro risulta che se metti le doppie frecce puoi stazionare anche sui binari che il treno si deve fermare, Loro hanno fretta, non hanno mica tempo da perdere, mentre tu puoi tranquillamente aspettare che l’ingorgo creatosi a causa di questa macchina in mezzo alla strada si dipani. Loro sono anche quelli che con un parcheggio da 8.000.000 posti auto di cui 7,999,000 liberi, parcheggiano davanti alla porta del supermercato. Questi in particolare li adoro, perché è davvero divertente uscire dal supermercato col carrello pieno, che non si guida nemmeno troppo bene perché magari ha le ruote malmesse, e fare la gimcana tra le auto davanti alle porte per arrivare al parcheggio. Ah quante volte me li sono immaginati in un bagno di Calcutta colti dalla madre di tutte le diarree!
Arrivata al lavoro, i Loro che erano in macchina, te li trovi li in carne e ossa (anche se lo sai che quella che hai davanti è più una figura mitologica che reale, perché è al di sopra delle vicende umane, le uniche che le interessano sono le sue personali): la riga d’attesa? Quale riga? Ah, credevo che fosse una decorazione del pavimento! Il numero? Quale numero? Ma dieci anni fa sono stato qui e non c’era un numero da prendere? Non voglio passare avanti, ma ho una certa fretta e lei è anziano, mica deve andare a lavorare. Mi avevate detto che per le 11.30 sarebbe stato tutto pronto, sono passato un po’ prima (10.30) perché non pensavo cambiasse qualcosa: lei è una vera incompetente!
Loro sono così, a volte ci ridi, ma più spessi ti arrabbi, vorresti rispondere a tono, ma qualcosa dentro, qualcosa che viene da lontano, un’imprinting incancellabile, il senso di civiltà che è la libera espressione dell’educazione ricevuta, il senso di rispetto verso un altro essere che pure in quel momento sembra proprio non meritarselo, ti impedisce di farlo, perché sai che non servirebbe a niente se non ad abbrutire anche te e non ne vale pena. Non ne vale la pena perché poi c’è la Signora Franca. Viene da noi due volte alla settimana. Ha perso un figlio di recente. Noi la coccoliamo. Abbracci quando arriva, grandi sorrisi con un cuore stretto stretto. Il marito l’aspetta fuori. Ha sempre gli occhi lucidi la Sig. Franca, ci racconta che di vivere non ne ha più voglia, spera che la sua malattia se la porti via presto. La nostra infermiera, mentre le fa il prelievo, la prende un po’ in giro, la fa ridere. Fa passare avanti tutti, perché dice che le piace stare li con noi, siamo bimbe allegre e per Natale un pensierino per tutte, una crema corpo, che la nipote, la figlia della sorella, c’ha la profumeria. Quando va via grazie non lo dimentica mai, non tanto perché facciamo bene il nostro lavoro, ma soprattutto per come la facciamo sentire, ascoltandola e rispettando lei ed il suo dolore. Essendo civili.